la prima basilica di San Pietro

La basilica di San Pietro che conosciamo non è quella originaria bensì la seconda, la prima fu costruita all’epoca dell’imperatore Costantino.

il circo

In origine in quest’area alle pendici del colle Vaticano era stato costruito un grande Circo privato degli imperatori, simile nella forma all’attuale Circo Massimo, per non più di 20.000 spettatori; esso si sviluppava nella direzione del fiume Tevere, nei pressi del lato sinistro dell’attuale basilica, per una lunghezza pari alla chiesa più la piazza (540 m) e per una larghezza di circa 100 m. Era il Circo di Caligola, o Circo di Nerone, iniziato da Caligola e finito da Nerone; accanto ad esso sorgeva un complesso di palazzi, templi e giardini. Vi si tenevano corse di cavalli, bighe e quadrighe, cui assisteva la corte imperiale e raramente il popolo. L’area da dove partivano le corse (i Carceres) era situata nella parte terminale della attuale piazza San Pietro, mentre quella del lato curvo sta a una decina di m dall’abside di San Pietro.

Ancora nel III sec. d.C. era attivo, racconta Eliogabalo che qui guidava quadrighe tirate da elefanti. Già allora la pista era ingombra di sepolcri che dai lati del Circo erano stati edificati in una serie rettilinea lungo la strada che conduceva fino al fiume.

La spina del circo era ornata da un obelisco , lo stesso che oggi svetta in piazza san Pietro, era autentico egiziano. In origine era in coppia con un altro obelisco ad Heliopolis, (città del sole), eretti al Dio Sole dal Faraone Nencareo, figlio di Sesoside, per ringraziare di aver recuperato la vista. Successivamente fu trasportato ad Alessandria d’Egitto nel Foro di Giulio da Augusto nel 30 a.C. quando conquistò l’Egitto. Infine nel 37 d.C. Caligola lo fece trasportare a Roma per decorare la spina del Circo apponendo sulla base un’iscrizione celebrava Augusto e Tiberio. (fonte www.romanoimpero.com)

la basilica costantiniana (prima basilica di san Pietro)

Nel IV Secolo l’Imperatore Costantino volle far costruire una basilica nel punto dove era stato tumulato l’apostolo Pietro, sul colle Vaticano, inglobando le vestigia precedenti. La costruzione iniziò tra il 319 d.c ed il 324 d.c. terminando nel 337 d.c. con la morte dell’imperatore. Fu molto difficile realizzare questo progetto per questioni tecniche e logistiche dovute alla localizzazione esatta della tomba di S.Pietro e all’interramento della necropoli vaticana e dei dislivelli del colle Vaticano.

 

sovrapposizione delle piante successive: verde il circo di Nerone, in marrone basilica costantiniana, di sfondo lo stato attuale.

 

Il complesso di edifici aveva un’aspetto grandioso anche se era notevolmente più piccolo della basilica odierna. Dalle fonti esistenti si capisce che c’era quadriportico anteriore, con una fontana centrale (cantharus) ricoperta da otto colonne in bronzo con aggiunta successiva di una Pigna bronzea (dal Mausoleo di Adriano – poi trasferita al cortile Vaticano); La basilica era a 5 navate con la navata centrale più alta, la larghezza totale era circa di 63 metri. All’incrocio con il transetto si trovava la presunta tomba di Pietro.

Un baldacchino con quattro colonne tortili raffiguranti tralci di vite, ricopriva la tomba e transenne in marmo la circondavano.

santa Maria della Febbre

Nella stessa area, dove un tempo c’era la spina del circo a fianco dell’obelisco, in età pagana furono edificati anche due mausolei, “Rotonde“, collegati fra loro, uno dei quali era dedicato alla moglie dell’Imperatore Onorio; esternamente erano di forma circolare e internamente ottagonale, con otto grandi nicchie nel muro. In seguito i due edifici gemelli furono trasformati in chiese, uno consacrato a santa Petronilla poi demolito nel 1520 per la costruzione della nuova Basilica di San Pietro, l’altro consacrato a S. Maria della Febbre fu demolito nel XVIII secolo.

piazza monte gaudio (testo originale)

 

Ricostruzione video delle fasi della basilica Costantiniana ovvero la prima basilica di San Pietro.

 

 

 

Gaston de Chaissac

Chaissacšesàk›, Gaston. – Pittore (Avallon 1910 – Vix, Vandea, 1964). Autodidatta, fu incoraggiato da O. Freudlich; a Parigi, dove espose per la prima volta nel 1937, fu in contatto con pittori quali R. Delaunay, e J. Dubuffet, sulla cui opera sembra abbia avuto un notevole influsso.

Usò con audace creatività i materiali e le tecniche più varie: gouache, olio, impronte di utensili, carta strappata o ritagliata, oggetti di recupero dipinti e rielaborati, assemblages, collages, scultura in legno e in carbone. Interessanti anche gli scritti: L’hippobosque (1951), Chroniques de l’oie (195860).

da Enciclopedia Treccani

 

Tempio Minerva Medica

“Aula decagonale cd. Tempio di Minerva Medica”

Il maestoso edificio in via Giolitti, cd. “Tempio di Minerva Medica” (e già di “Ercole Callaico” o “Le Galluzze”), apparteneva ad un grande complesso di epoca tardo-antica, già interpretato come residenza imperiale, del quale costituiva un grande ambiente di rappresentanza.

Si tratta in realtà di un’aula monumentale, realizzata in due fasi nei primi decenni del IV secolo d.C. in un’area presumibilmente appartenuta, nel secolo precedente, all’imperatore Gallieno (Horti Liciniani). La pianta centrale polilobata dal profilo “a margherita”, lo studio attento delle proporzioni e il progressivo alleggerimento delle murature verso l’alto ne fanno uno dei più singolari e arditi monumento del IV secolo, con confronti nelle grandi città imperiali di Colonia e Costantinopoli.

Per le imponenti dimensioni – un diametro di 25 m. per un altezza massima della cupola pari a 32 m., oggi ridotti a circa 24 – si tratta di uno dei monumenti più significativi delle vedute di Roma, fino agli sconvolgimenti moderni dell’impianto del quartiere Esquilino, che hanno costretto il monumento tra i binari della Stazione Termini e l’edilizia popolare del quartiere umbertino.

Tipica dell’epoca tardoantica è un’amplissima cupola a spicchi del tipo “a vela” – terza a Roma dopo il Pantheon e le Terme di Caracalla – illuminata e alleggerita da finestroni, che assume armoniosamente una forma da poligonale ad emisferica; una fitta e regolare opera laterizia; nicchie semicircolari presenti in tutti i lati del decagono, ad eccezione dell’ingresso; massicci pilastri con funzione di contrafforti.
Lo spazio risulta dilatato all’interno e all’esterno grazie alle profonde nicchie presenti su nove lati, disposte con simmetria assoluta e sovrastate da grandi finestre arcuate; l’elemento architettonico tradizionale, rappresentato dalle colonne, ritorna invece nell’ingresso e nei quattro nicchioni disposti ai lati dell’edificio.
Per assicurare la stabilità dell’edificio furono tamponate le nicchie aperte, dando continuità alla struttura realizzando all’esterno, nelle zone di risulta fra le nicchie, poderosi contrafforti addossati ai pilastri angolari, interventi che modificarono la sagoma esterna dell’edificio.
Inoltre due grandi esedre, disposte all’esterno sull’asse trasversale, andarono a fiancheggiare il padiglione a pianta centrale, inserito in un complesso di altri ambienti di forme prevalentemente curvilinee o absidali: tra questi, lo spazio allungato a doppia abside, simile ad un nartece, aggiunto davanti all’ingresso. L’aula principale e gli annessi dovevano essere arricchiti da una sontuosa decorazione: sulla cupola restano tracce di mosaici in pasta vitrea, poi ricoperti da uno strato di intonaco; sulle pareti erano lastre marmoree, allettate sulla tipica preparazione di malta e frammenti di tegole; i pavimenti erano ricoperti da mosaici lapidei ed opus sectile a vivaci colori.
A sottolineare il lusso del complesso, che una recente ipotesi riconduce ad una committenza imperiale (Massenzio o Costantino), un sistema di ipocausti correva sotto alcuni degli ambienti individuati, suggerendo per l’aula decagonale l’ipotesi di funzioni tricliniari.

Tempio Minerva Medica da Archeo Roma

 

Obelischi di Roma

obelisco s. m. [dal lat. obeliscus, gr. ὀβελίσκος, dim. di ὀβελός «spiedo, obelisco»] (pl. –chi). –

Monumento monolitico dell’antico Egitto, dalla caratteristica forma quadrangolare allungata e sottile, terminante con una punta piramidale. Rappresentazione di un simbolo solare, gli o. portavano incise sulle quattro facce iscrizioni riferite ai sovrani e alle divinità. La pietra usata era generalmente la sienite, eccezionalmente il basalto. Talvolta la punta era dorata perché potesse riflettere i raggi solari. Lavorati nella cava, si trasportavano poi via fiume; erano collocati generalmente in coppia davanti ai templi. Attualmente in Egitto rimangono solo 5 o. (due a Karnak, gli altri tre a Eliopoli, Luxor e Il Cairo). Gli o. egizi furono imitati in Etiopia ( Aksum) e molti giunsero a Roma in periodo imperiale come ornamento di monumenti. A partire dal 16° sec. furono valorizzati e impiegati come punti focali della ristrutturazione urbanistica di Roma, prima su iniziativa di Sisto V e poi dei successivi pontefici. (definizioni da: Vocabolario Treccani, Enciclopedia Treccani)

Immagine degli obelischi a Roma, in proporzione, con i papi che li trasferiscono e li fanno sistemare.

obelischiaRoma_thumb1

Confronto dimensionale degli obelischi egizi presenti a Roma.

Rilievi degli obelischi di Roma in una catalogazione d’epoca.

Obelisco come gnomone della gigantesca meridiana di Augusto, Roma piazza del Parlamento.

Macchina per il trasporto dal Circo di Nerone e il riposizionamento dell’obelisco Vaticano, Roma Piazza San Pietro.

Rocca dei papi Montefiascone

L’abbiamo visitata oltre alle numero se chiese, un posto inaspettato di architettura medievale, rinascimentale, barocca e tardobarocca.

La Rocca de Papi sorge sul punto più alto di Montefiascone, in posizione dominante sul Lago di Bolsena. Il suo stato semidiruto lascia solo immaginare oggi quella che è stata la sua straordinaria storia.

La costruzione della Rocca fu avviata nel 1207 nell’area dell’antico castello da papa Innocenzo III, che qui pose la sede del Rettore del Patrimonio di San Pietro in Tuscia. Da questo momento, si può dire che non ci fu papa che non vi abbia promosso dei lavori, ma fu Martino IV il primo che la scelse come residenza pontificia, amando molto egli questi luoghi.

Persino Dante racconta nel XXIV Canto del Purgatorio la passione di questo papa per le anguille di Bolsena, di cui era ghiottissimo. Anche durante la Cattività Avignonese, la Rocca mantenne la propria importanza e addirittura nel 1334 qui fu impiantata una zecca, che batté una nuova moneta: la paparina. Urbano V, il primo papa che lasciò Avignone per tornare a Roma, a partire dal 1368 fece di Montefiascone la propria sede estiva e rinnovò la Rocca, trasformandola in uno splendido palazzo ammirato dai contemporanei.

Nonostante interventi importanti promossi dai pontefici nel corso del Cinquecento, alla fine dello stesso secolo la rovina dell’edificio divenne inarrestabile e cominciò la demolizione progressiva delle sue strutture per il recupero di materiale da costruzione. Solo alla fine del secolo scorso è stato avviato il restauro completo delle parti superstiti, che ha portato all’apertura al pubblico del sito e alla creazione del Museo dell’Architettura di Antonio da Sangallo il Giovane.

da Francigena Lazio